Il Progetto



Il Piano

Questo progetto vuole dare un contributo alla rivalorizzazione dell’Appia, proponendo un processo liquido e creativo che unisce l’osservazione e la narrazione del territorio (incrociando il punto di vista architettonico, quello agrario, quello paesaggistico, quello antropologico, quello storico etc.) con la proposta di "movimenti" creativi determinati proprio dall’incontro con la “scena” dell’Appia.

A monte del progetto c'è il sistema denominato archivio liquido dell'identità, che, nato qualche anno fa all'interno delle attività di Grad zero, si propone sia come un motore di archiviazione creativa, sia come uno strumento dinamico di produzione culturale, interessato a osservare, stimolare e distribuire quei processi creativi che hanno un legame con il tema dell'identità.
Ma dietro Via Appia scena no made c'è sicuramente anche la produzione del film Via Appia realizzato nel 2010 da Paolo De Falco, per il quale l'Archivio liquido dell'identità sviluppò una serie di ricerche osservando, appunto, diversi processi, aldilà di quelli restituiti nel film.
Obiettivo principale è quello di creare un bisogno, più che di vendere o di costruire un prodotto. O di stimolare e osservare dei processi in movimento in modo che il marketing territoriale diventi una ricerca sociale e individuale, più che la valorizzazione di qualcosa di già esistente.
In altre parole, non si tratta tanto di circoscrivere geograficamente o storicamente una strada che, del resto, non esiste più o esiste del tutto trasformata rispetto al passato, quanto di concepire ed esplorare questa via come una radice sotterranea: un "mito" dell’inconscio collettivo da riascoltare attraverso i percorsi della memoria e delle narrazioni. Una strada dei sensi e dell’immaginazione che è possibile ancora cercare con il corpo, attraversandola in vari modi (a piedi, a cavallo, in bicicletta, con il treno) per immergersi in sensazioni e incontri reali.

Abbiamo così sviluppato un programma che non propone celebrazioni retoriche o atti solo “restaurativi”, ma che prova a stimolare un percorso identitario fondato su ricerche appassionate e profonde, per cercare le radici e le frontiere nei segni della storia come nelle “pulsioni” contemporanee di una società sempre più liquida e multiculturale.

Lo Sviluppo

Scena nomade rappresenta la prima fase di un progetto più articolato e pensato in un tempo lungo.
Un tempo in cui una scena nomade incontra una scena no made.
Da una parte c’è un laboratorio multidisciplinare dedicato a esplorare l’identità di alcuni territori collocati sul tratto della Via Appia, dall’altra, la creazione di un processo di archiviazione creativa sul web che restituisce e amplifica il potere del laboratorio.

Il laboratorio si configurerà come una sorta di accampamento della narrazione e della percezione, allo stesso tempo nomade e residenziale, composto da artisti, architetti, intellettuali, scrittori, archeologi, antropologi, etc. ma aperto a tutti, a chiunque voglia partecipare.
Questi esploratori/narratori saranno impegnati a radunare e a stimolare viaggi e soste, con l’intento di provare a mettere in circolo storie, gesti, segni, avventure, tensioni.
Essi rifletteranno criticamente sulla storia e sulla percezione del territorio, cercando di dipanarsi tra tipicità ed extra ordinarietà mentre osservano la relazione tra paesaggio naturale e quello sociale, tra memoria e futuro, tra radice e frontiere.
Il laboratorio sarà anche un motore di produzione creativa commissionando diverse opere, tra quelle previste nel programma, che potranno poi svilupparsi nel tempo.

Collocare la base di questo laboratorio in una città come Gravina e in un luogo come l’ex Convento di S. Sofia ci è sembrato non solo strategico ma profondamente intrigante, come se dall’intimità di questo “interno” così segreto e ancora recluso, potesse poi meglio partire l’avventura verso l’esterno. E viceversa.
Del resto il territorio di Gravina e Altamura è ricco di segni e personalità che stanno lavorando con passione e sensibilità creativa, stimolando un movimento sociale molto interessante. La Masseria Jesce (ex stazione di posta dell’Appia), per esempio, è un luogo magico e fortemente evocativo dove è in atto un laboratorio culturale che sta cercando di svilupparsi liberamente.

Il progetto partirà da Polignano a mare, sulla via Traiana, come se questo luogo fosse un trampolino che dal mare spinge verso la terra, ma si può leggere il percorso anche al contrario, ovvero in un modo “circolare”: aldilà delle direzioni, un vero cammino, noi crediamo, deve prevedere anche uno smarrimento, una libera “circolazione”, una mappa interiore che segue quel cerchio segreto che è il tempo, decidendo liberamente dove collocare i suoi punti di partenza e quelli di arrivo.
Il mare può essere uno sbocco, un trampolino verso altre terre, appunto, ma può portare anche dentro, ancora più “dentro”, dove il centro coincide con la periferia… Dove la corrente mutua in continuazione.
Del resto l'Appia è stata ed è una strada che si può percorrere in più direzioni.

L’archiviazione creativa procederà quindi studiando e “archiviando” tutta questa serie di viaggi esperienziali, di esplorazioni e narrazioni del territorio (tra cui performance, installazioni, proiezioni, opere multimediali, concerti etc.), di interventi creativi e dibattiti civili che si svilupperanno nel corso delle giornate-laboratoriali.
E lo farà provando anch’essa a restituire e stimolare dei processi aperti, per generare un lavoro di documentazione e riflessione in costante movimento. Ciò che è importante è l’incontro reale e insieme simbolico tra le persone e i luoghi, tra le memorie e i desideri, tra le discipline e le culture.

L’intento è quello non solo di memorizzare e promuovere un processo d’identità culturale, economica, turistica, ma di articolare una sorta di tracciato multimediale interattivo, capace di restituire e di moltiplicare le energie di un territorio, mettendolo in collegamento con altri luoghi e tempi.

Il lavoro svolto dal laboratorio e dagli esperti presenti in queste giornate di Scena nomade si proietta sul pubblico diventando, così, una Scena no made, ovvero una scena non fatta ma da fare. Stimolando la continuazione…
Il web non è più solo una piattaforma, un archivio accessibile e veloce, un sistema di comunicazione (che facilita ma anche affoga la vita reale delle persone) ma svolge la funzione di un incubatore di processi, un generatore di percorsi creativi possibili e impossibili.

Quello che vorremmo costruire è una struttura (semantica) che abilita una fruizione fluida, non precostituita dal fornitore o manutentore dell’informazione ma guidata con sensibilità reattiva, in modo che il visitatore (sia esso pubblico locale o turistico, viandante occasionale o studente dedito), si faccia guida del suo viaggio e diventi attore della propria “navigazione”.

L’archivio liquido dell’identità lavora provocando degli input, creando, da una parte, lo scenario operativo sul quale le energie possono provare a esprimersi, dall’altra restando sempre pronto a reagire agli avvenimenti e alle sollecitazioni “reali”. Per questo è difficile separare delle fasi vere e proprie in un progetto che vuole svilupparsi attraverso un processo organico. E che vuole proporre un modello formativo sensibile e dinamico.

Come esiste una narrazione del reale, capace, appunto, di “misurarsi” con lo scorrere del tempo, può e deve esistere, infatti, anche un percorso di educazione calato nel reale, disponibile a restare sempre in ascolto, (ma non in balia della realtà), mentre studia e organizza processi, materiali ed energie.

In definitiva, tracciando l’idea di un “parco culturale”, di un territorio “protetto” o radunato da una strada “mitica” dove è possibile, però, ancora viaggiare “realmente”, si vuole provare ad offrire alcuni strumenti di lettura e analisi del territorio, nel tentativo di elaborare anche una “mostra” delle sue potenzialità creative, ispirate proprio dalla storia e dalla funzione dell’Appia.

Siamo convinti che, in tutti i casi, condividere un processo d’indagine autentica, provando a raccontarlo da vari punti di vista, voglia dire rieducarsi alla percezione e all’osservazione, risvegliando quei sensi, quello spirito e quel pensiero che possono elevare le condizioni del vivere insieme.